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Ricina in Molise, perquisizioni in tre scuole: 155 computer sotto esame nella nuova fase dell’inchiesta

Tre giorni di perquisizioni, 155 computer da ispezionare in tre istituti scolastici del Molise. È il nuovo passaggio dell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e di sua figlia Sara Di Vita, 15 anni, avvenuta a dicembre a Pietracatella, in provincia di Campobasso. Madre e figlia sarebbero morte dopo essere state avvelenate con la ricina. La procura di Larino ha disposto una cosiddetta «ispezione informatica» che partirà martedì e proseguirà per tre giorni consecutivi, come racconta la ricostruzione di ANSA.it.

Per le famiglie che seguono questa vicenda così complessa, provare a capire cosa sta succedendo non significa entrare nel dettaglio morboso, ma dare un ordine ai fatti. Ecco, in modo chiaro, cosa prevede la nuova fase delle indagini.

Cosa cercano gli inquirenti nei computer delle scuole

L’obiettivo dichiarato dalla procuratrice di Larino, Elvira Antonelli, è capire se da uno dei dispositivi sequestrati siano state fatte ricerche sul veleno che ha ucciso Sara e Antonella: come si prepara, dove si acquista, come si somministra. Non solo: gli investigatori vogliono verificare se qualcuno abbia cercato la ricina anche su dark web e deep web.

Tra i termini attenzionati compaiono parole come «ricina», «veleno», «ricino», «semi di ricino», «olio di ricino», ma anche nomi di sostanze chimiche come «solfato di ammonio», «solfato di sodio» ed «esano». Dalle indagini sarebbero già emerse navigazioni e ricerche web su questi temi, effettuate da persone ancora non identificate.

La procuratrice ha spiegato che l’accertamento non si fermerà alla presenza di queste parole nei file visibili, ma dovrà comprendere l’analisi di tutto ciò che permette di ricostruire la reale attività di navigazione: ricerche, consultazioni, download, creazione o cancellazione di contenuti. Alla polizia è stato chiesto anche di verificare un eventuale uso di strumenti per la navigazione anonima. Un passaggio importante, perché nelle scuole i computer sono spesso condivisi: per questo sarà decisivo, dove tecnicamente possibile, capire quando è stata fatta una ricerca e chi la stava usando.

Tre giorni, tre istituti, 155 dispositivi

Le perquisizioni cominceranno martedì mattina dall’istituto Agrario di Riccia, dove lavora come tecnico di laboratorio il marito di una professoressa amica di Gianni Di Vita, padre e marito delle vittime. Lì saranno ispezionati 71 computer.

Mercoledì la Squadra Mobile e lo Sco si sposteranno al liceo scientifico di Riccia, dove la stessa professoressa ha insegnato matematica: qui i dispositivi da controllare sono 21. Giovedì, infine, sarà la volta del liceo classico Mario Pagano di Campobasso, frequentato fino allo scorso anno scolastico da Sara e da sua sorella Alice: 63 i computer interessati.

L’operazione arriva a pochi giorni dalle perquisizioni effettuate negli studi di lavoro e nella nuova abitazione di Gianni Di Vita. Questa volta, però, si procede con un atto definito «a prova irripetibile»: per questo sono state avvisate anche le parti, che potranno partecipare, tra cui indagati, avvocati, parti offese e consulenti. È una garanzia prevista dalla procedura, non un’indizio di colpevolezza di qualcuno.

Le altre piste: l’inchiesta resta contro ignoti

Al momento l’inchiesta sul caso di Pietracatella è ancora contro ignoti per l’ipotesi di duplice omicidio premeditato. In parallelo, cinque medici sono indagati per omicidio colposo in relazione ai soccorsi prestati alle vittime dopo i primi malori. Sono due filoni distinti e vanno tenuti separati: nessuna delle persone coinvolte è stata riconosciuta responsabile di alcun reato.

Chi segue da mesi questa storia sa quanto sia dolorosa e piena di domande ancora aperte. Anche sul fronte internazionale le indagini sono state complesse: ne avevamo parlato quando la polizia tedesca era entrata nel fascicolo, segno di quanto il caso sia stato seguito con attenzione e rigore fuori dai confini italiani.

Che cosa significa tutto questo per chi ha figli a scuola

Vedere decine di computer scolastici sequestrati può spaventare, soprattutto se si pensa ai propri figli seduti in quelle aule. Vale la pena, allora, ricordare alcuni punti concreti.

1. I dispositivi scolastici sono condivisi

Nella maggior parte degli istituti i pc dei laboratori vengono usati da studenti e docenti diversi nell’arco della giornata. È normale che un’indagine debba ricostruire con attenzione chi ha usato cosa e quando. Non è automatico che un contenuto trovato su un computer appartenga alla persona che di solito lo utilizza.

2. Parlare di web e sicurezza con i ragazzi

Questi fatti offrono l’occasione, senza allarmismi, per una conversazione in famiglia su come si usa internet: quali ricerche si fanno, cosa si condivide, perché alcune informazioni non vanno mai cercate da soli. Non serve spaventare i figli, serve renderli consapevoli. Anche il modo in cui gli adulti parlano di queste vicende davanti a loro conta: le parole violente o i giudizi affrettati lasciano il segno più di quanto si immagini.

3. Evitare il tribunale dei social

Quando un caso diventa di dominio pubblico, la tentazione di indicare un colpevole sui social è forte. Ma l’inchiesta è ancora contro ignoti e le indagini sono in corso. Ricordare la presunzione di innocenza non è un dettaglio formale: è una tutela per tutti, comprese le famiglie che oggi stanno vivendo un dolore enorme.

4. La scuola resta un luogo da proteggere

Un’ispezione così estesa non toglie valore alla scuola come comunità educante: anzi, il rapporto tra famiglia e scuola resta uno degli alleati più preziosi per accompagnare i ragazzi in momenti difficili e confusi. In situazioni come questa, docenti e genitori possono fare molto restando vicini ai più giovani, ascoltandoli e dando risposte semplici e oneste alle loro domande.

Nei prossimi giorni sapremo se le ispezioni porteranno a nuovi elementi. Per ora resta la cosa più importante: due vite spezzate, una comunità che cerca la verità e un’indagine che, passo dopo passo, prova a ricostruirla.

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