Volevo fare una promessa e spostare il tutto da un altro punto di vista.
Io, mamma di una splendida mamma disabile, mi sono trovata ad allontanare altre mamme con bimbi disabili. Perchè? Perchè avevano un approccio diverso con gli altri. Io non condividevo il loro modo di relazionarsi con gli altri.
Io posso capire che spesso ci si trovi ad avere a che fare con persone spaventate dalla diversità, dispiaciute, incuriosite. Ma non è sbagliato. E' normale che ci sia curiosità, compassione e paura. Ne abbiamo noi, figurati chi non conosce il mondo della disabilità in prima persona.
Io ad uno sguardo spaventato o compassionevole, ho sempre risposto con un sorriso. Comprendendo quello sguardo. Perchè se mi fossi trovata dall'altra parte avrei forse abbassato lo sguardo sentendomi piccola, chissà.
Tornando alla mia premessa mi preme dire che spesso i genitori di bimbi disabili si chiudono nel loro mondo ed allontanano gli altri pensando che non potranno mai capirli. Pensando che potranno ricevere solo pietà. Provando vergogna.
Ho conosciuto genitori che provavano vergogna, sì. Ed è triste. Perchè i bambini speciali hanno solo voglia e bisogno di stare con tutti gli altri bambini. Si ha meno paura quando le cose si conoscono.
La diversitÃ
Moderator: Paola
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MariannaMJ
Tessa credo che quello che tu da mamma di bimba gravemente disabile elenchi come "sentire" rispecchi esattamente quello che prova chi la disabilità la vede solo dall'esterno: pietà, commiserazione, discriminazione.
Se penso alla mia vita ed ai miei primi incontri con i ragazzi diversamente abili, la mente corre a quando facevo la volontaria nelle domeniche con l'Aias (l'associazione italiana per l'assistenza agli spastici): ricordo benissimo che sul tema ci aveva sensibilizzato la maestra delle elementari, parlandoci prima in aula di chi avremmo incontrato, e poi portandoci nel campo sportivo a giocare con loro, gli spastici.
Poi arrivarono anche le giornate con i sordomuti.
Non posso dimenticare la prima impressione che provai passando dal banco di scuola al campo sportivo, non ti so dire se avevo 8 o 10 anni, ma ricordo che provai PAURA.
Nè pietà, nè commiserazione, nè discriminazione.
Paura che potessero farmi del male perchè non mi capivano.
Paura che io potessi fare male a loro perchè non li capivo.
Ovviamente il mio primo referente fu la maestra, e gliene sarò sempre grata per avermi detto che ciò che normalmente fa la disabilità è proprio lo spaventare.
Ed è anche la cosa più facile da superare.
Come?
Imparando a conoscerla e a capirla.
In questo tuo figlio è avvantaggiato, ed in questo forse devi fargli capire che anche lui è diverso dagli altri bambini che non hanno contatti con i disabili.
La nostra società intesa come quella delle istituzioni non so se sarà in grado di assicurare un futuro migliore e diverso ai bimbi ed alle persone "speciali" - vista la decadenza del welfare - ma mi consola che ci sia a rispondere quella società intesa come comunità civile di volontari ed associazioni che molto fanno perchè le persone speciali e le loro famiglie possano invece sentirsi sempre più "normali". E' chiaro che non è rose&fiori ovunque, ma dove sono ben radicate le associazioni la croce da portare forse si alleggerisce un pò.
Sui genitori che tu nomini e che fanno quelle richieste particolari alla preside rimango basita. Credo che nessuno dei sentimenti da te elencati sia il motore di quelle loro richieste, mi chiedo invece quanto ci sia di ignoranza (nel senso proprio di non conoscere) e di egoismo dietro.
Ecco, sulla prima si può lavorare. Sul secondo molto meno.
Se penso alla mia vita ed ai miei primi incontri con i ragazzi diversamente abili, la mente corre a quando facevo la volontaria nelle domeniche con l'Aias (l'associazione italiana per l'assistenza agli spastici): ricordo benissimo che sul tema ci aveva sensibilizzato la maestra delle elementari, parlandoci prima in aula di chi avremmo incontrato, e poi portandoci nel campo sportivo a giocare con loro, gli spastici.
Poi arrivarono anche le giornate con i sordomuti.
Non posso dimenticare la prima impressione che provai passando dal banco di scuola al campo sportivo, non ti so dire se avevo 8 o 10 anni, ma ricordo che provai PAURA.
Nè pietà, nè commiserazione, nè discriminazione.
Paura che potessero farmi del male perchè non mi capivano.
Paura che io potessi fare male a loro perchè non li capivo.
Ovviamente il mio primo referente fu la maestra, e gliene sarò sempre grata per avermi detto che ciò che normalmente fa la disabilità è proprio lo spaventare.
Ed è anche la cosa più facile da superare.
Come?
Imparando a conoscerla e a capirla.
In questo tuo figlio è avvantaggiato, ed in questo forse devi fargli capire che anche lui è diverso dagli altri bambini che non hanno contatti con i disabili.
La nostra società intesa come quella delle istituzioni non so se sarà in grado di assicurare un futuro migliore e diverso ai bimbi ed alle persone "speciali" - vista la decadenza del welfare - ma mi consola che ci sia a rispondere quella società intesa come comunità civile di volontari ed associazioni che molto fanno perchè le persone speciali e le loro famiglie possano invece sentirsi sempre più "normali". E' chiaro che non è rose&fiori ovunque, ma dove sono ben radicate le associazioni la croce da portare forse si alleggerisce un pò.
Sui genitori che tu nomini e che fanno quelle richieste particolari alla preside rimango basita. Credo che nessuno dei sentimenti da te elencati sia il motore di quelle loro richieste, mi chiedo invece quanto ci sia di ignoranza (nel senso proprio di non conoscere) e di egoismo dietro.
Ecco, sulla prima si può lavorare. Sul secondo molto meno.
