Veruz, ti confesso che quanto ho letto il titolo mi è venuto in mente qualcos’altro sul “mio” senso di integrazione, oltre al lavoro. Forse vado un po’ OT, ma volevo farti sapere come lo vivo io.
Prima di diventare mamma avevo una vaga idea di me mamma.
Sono diventata banalmente mamma SOLO quando Auri è nata, non prima.
(Non nel desiderio coltivato di un figlio, perché per pura fortuna è arrivata prima ancora che potessi desiderarla con tutte le mie forze, al primo tentativo. Non nel vedere il test positivo. Non quando un puntino batteva sul monitor dell’ecografo. Non quando l’ho sentita per la prima volta scalciare.)
Ora, in questa vaga idea che avevo di Marianna Mamma mentre ero col pancione il pensiero di base era quello più o meno ricorrente nell’arco della mia vita: se mi impegno ce la posso fare.
Peccato che non mi stessi preparando a sostenere l’esame di Meccanica dei Fluidi, ma al diventare mamma.
Peccato che, pur essendo da sempre brava studentessa, non fosse automatico diventare la “brava” mamma il cui vago ritratto aleggiava nel mio cervello.
Peccato che mi preparavo ad una vita nuova NON facendo quello che di solito faccio in vita: informarmi. Davo per scontato che essendo tutto così fisiologico, così naturale, così spontaneo insomma mi ripetevo cosa vuoi che sia gestire un neonato.
COL CAVOLO.
Appena diventata mamma, comincia la difficoltà nel “riconoscermi”, nell’integrarmi con quell’idea seppur vaga di Marianna Mamma.
Ma che mamma è quella che neanche si pone il problema di informarsi PRIMA su partonaturaleepiduralevaccinazionicureneonatalicolicheallattamentodermatitecrostalatteapannolinicurvedicrescitasonnosvezzamento e chi più ne ha più ne metta, da brava “prima della classe”?
Ecco la prima dis-integrazione: sono una mamma diversa da come pensavo che sarei stata. La prima della classe che si prende (e si merita) un misero 5. Il mio modello di mamma, immaginato per me, non si integrava con me: risultato di una sovrastima delle aspettative e sottostima degli inconvenienti.
E' stato forse più duro e difficile capire tutto questo che accettarlo.
Questa è stata la prima integrazione su cui mi sono dovuta impegnare
Poi passiamo al fatto che lavoro, quindi alla Marianna Lavoratrice.
Qui invece è stato facile e immediato capire che la Marianna lavoratrice PDDM (Prima Di Diventare Mamma) era morta e sepolta in sala parto. Almeno nello slancio che aveva nel lavoro.
È stato facile capire che 4 mesi di maternità post parto erano NIENTE rispetto al bisogno che sentivo io di godermi mia figlia (sorvoliamo sul bisogno dei figli di stare con le madri), mentre PDDM prima di entrare in sala parto era sicura che 4 mesi fossero molto più che sufficienti.
E’ stato facile capire che nulla sarebbe stato più come prima: i viaggi di lavoro, la presenza in ufficio, e soprattutto la disponibilità fisica e di “testa” - nonostante trovi il mio lavoro interessante e stimolante, almeno nei contenuti. Viaggio e non sono assenteista tutt'ora, ma lo slancio è diverso.
E mi sono dovuta integrare con la nuova lavoratrice, che non è efficiente come la PDDM se la immaginava, più stanca ma sempre col cervello di PDDM.
Questa seconda integrazione è stata un processo più facile rispetto a quello di cui ti parlavo sopra. Forse perchè il rientro a lavoro è stato poi a quasi 8 mesi, ed avevo digerito la prima integrazione.
Ora la mamma e la lavoratrice attualmente convivono – seppure NON beatamente – nella Marianna limitata e imperfetta che ho avuto la fortuna di (ri)conoscere, integrandosi forzatamente perchè non hanno modo di andare da qualche altra parte. E finché cervello e fisico reggono, va bene così. (sorvolo sul non potermi permettere una scelta di vita tipo mamma full time - come anche sulla possibilità di accedere ad un part time a lavoro: non ho questa possibilità, amen).
Dal punti di vista pratico: non mi è facile ragionare ed agire a compartimenti “stagni”, tranne quando sto facendo qualcosa che davvero lo richiede strettamente.
Quindi mentre faccio una teleconferenza mi appare, anche se per un attimo, il visetto di Auri che mi chiede se mi ricordo di comprarle gli adesivi in edicola.
Mentre le metto il pigiama mi viene l’ansia per l’email non spedita e puntualmente riaccendo il computer mentre lei dorme per rileggere la bozza e premere “Invia”.
Mentre sono in riunione con gente che viene dall’altra parte del globo e che sta parlando proprio con me mi chiedo se la visita dalla pediatra stia andando bene e se stavolta ci prescriverà l’antibiotico oppure ce la scamperemo.
Non mi sembra di fare le cose poi tanto male, pur non stando settata sui compartimenti stagni…
Obiettivamente, mi rendo conto che non sono la mamma né la lavoratrice “modello” che immaginavo di me. Posso solo lavorare su di me per colmare le lacune obiettivamente colmabili. Ed accettare che quelle che rimarranno. Sulle condizioni “al contorno”, cioè sul lavoro, non ho praticamente scelta.
Ora io non ho ricette da darti sul che fare, perciò mi sono dilungata più su quello che ho provato e sul processo di integrazione tra il mio ideale e il mio reale.
Ma ti lascio con un paragrafo che mi ha fatto molto riflettere, chissà che nella tua ricerca della “direzione” non ti aiuti.
“La separazione da persone, da luoghi, da cose, da idee e persino da parti di noi stessi, comporta tuttavia disagio, inquietudine, senso di vuoto e di smarrimento.
Non si tratta solo di nostalgia per ciò che si perde. Nel distacco vissuto come perdita avvertiamo il senso di un disordine minaccioso, di una disarmonia, della rottura di un ritmo del mondo.
A tutto questo ci si può abbandonare indifesi, come in una barca alla deriva, oppure si può individuare una direzione e remare.
Nessuno può fornire ricette per non soffrire dei distacchi. Ma capire e accettare che si vive e si cresce solo attraverso piccole e grandi separazioni è un modo, il solo, per governare la barca”.
E poi questa, letta, un po’ di tempo fa, da qualche parte proprio qui:
“L'utopia è là, all'orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l'orizzonte si sposta di dieci passi. Per quanto cammini, mai la raggiungerò. A cosa serve l'utopia? Serve a questo: a camminare.”
senso di integrazione
Moderator: Paola
-
MariannaMJ
-
marte71
bellissimo post, grazieMariannaMJ wrote:Veruz, ti confesso che quanto ho letto il titolo mi è venuto in mente qualcos’altro sul “mio” senso di integrazione, oltre al lavoro. Forse vado un po’ OT, ma volevo farti sapere come lo vivo io.
Prima di diventare mamma avevo una vaga idea di me mamma.
Sono diventata banalmente mamma SOLO quando Auri è nata, non prima.
(Non nel desiderio coltivato di un figlio, perché per pura fortuna è arrivata prima ancora che potessi desiderarla con tutte le mie forze, al primo tentativo. Non nel vedere il test positivo. Non quando un puntino batteva sul monitor dell’ecografo. Non quando l’ho sentita per la prima volta scalciare.)
Ora, in questa vaga idea che avevo di Marianna Mamma mentre ero col pancione il pensiero di base era quello più o meno ricorrente nell’arco della mia vita: se mi impegno ce la posso fare.
Peccato che non mi stessi preparando a sostenere l’esame di Meccanica dei Fluidi, ma al diventare mamma.
Peccato che, pur essendo da sempre brava studentessa, non fosse automatico diventare la “brava” mamma il cui vago ritratto aleggiava nel mio cervello.
Peccato che mi preparavo ad una vita nuova NON facendo quello che di solito faccio in vita: informarmi. Davo per scontato che essendo tutto così fisiologico, così naturale, così spontaneo insomma mi ripetevo cosa vuoi che sia gestire un neonato.
COL CAVOLO.
Appena diventata mamma, comincia la difficoltà nel “riconoscermi”, nell’integrarmi con quell’idea seppur vaga di Marianna Mamma.
Ma che mamma è quella che neanche si pone il problema di informarsi PRIMA su partonaturaleepiduralevaccinazionicureneonatalicolicheallattamentodermatitecrostalatteapannolinicurvedicrescitasonnosvezzamento e chi più ne ha più ne metta, da brava “prima della classe”?
Ecco la prima dis-integrazione: sono una mamma diversa da come pensavo che sarei stata. La prima della classe che si prende (e si merita) un misero 5. Il mio modello di mamma, immaginato per me, non si integrava con me: risultato di una sovrastima delle aspettative e sottostima degli inconvenienti.
E' stato forse più duro e difficile capire tutto questo che accettarlo.
Questa è stata la prima integrazione su cui mi sono dovuta impegnare
Poi passiamo al fatto che lavoro, quindi alla Marianna Lavoratrice.
Qui invece è stato facile e immediato capire che la Marianna lavoratrice PDDM (Prima Di Diventare Mamma) era morta e sepolta in sala parto. Almeno nello slancio che aveva nel lavoro.
È stato facile capire che 4 mesi di maternità post parto erano NIENTE rispetto al bisogno che sentivo io di godermi mia figlia (sorvoliamo sul bisogno dei figli di stare con le madri), mentre PDDM prima di entrare in sala parto era sicura che 4 mesi fossero molto più che sufficienti.
E’ stato facile capire che nulla sarebbe stato più come prima: i viaggi di lavoro, la presenza in ufficio, e soprattutto la disponibilità fisica e di “testa” - nonostante trovi il mio lavoro interessante e stimolante, almeno nei contenuti. Viaggio e non sono assenteista tutt'ora, ma lo slancio è diverso.
E mi sono dovuta integrare con la nuova lavoratrice, che non è efficiente come la PDDM se la immaginava, più stanca ma sempre col cervello di PDDM.
Questa seconda integrazione è stata un processo più facile rispetto a quello di cui ti parlavo sopra. Forse perchè il rientro a lavoro è stato poi a quasi 8 mesi, ed avevo digerito la prima integrazione.
Ora la mamma e la lavoratrice attualmente convivono – seppure NON beatamente – nella Marianna limitata e imperfetta che ho avuto la fortuna di (ri)conoscere, integrandosi forzatamente perchè non hanno modo di andare da qualche altra parte. E finché cervello e fisico reggono, va bene così. (sorvolo sul non potermi permettere una scelta di vita tipo mamma full time - come anche sulla possibilità di accedere ad un part time a lavoro: non ho questa possibilità, amen).
Dal punti di vista pratico: non mi è facile ragionare ed agire a compartimenti “stagni”, tranne quando sto facendo qualcosa che davvero lo richiede strettamente.
Quindi mentre faccio una teleconferenza mi appare, anche se per un attimo, il visetto di Auri che mi chiede se mi ricordo di comprarle gli adesivi in edicola.
Mentre le metto il pigiama mi viene l’ansia per l’email non spedita e puntualmente riaccendo il computer mentre lei dorme per rileggere la bozza e premere “Invia”.
Mentre sono in riunione con gente che viene dall’altra parte del globo e che sta parlando proprio con me mi chiedo se la visita dalla pediatra stia andando bene e se stavolta ci prescriverà l’antibiotico oppure ce la scamperemo.
Non mi sembra di fare le cose poi tanto male, pur non stando settata sui compartimenti stagni…
Obiettivamente, mi rendo conto che non sono la mamma né la lavoratrice “modello” che immaginavo di me. Posso solo lavorare su di me per colmare le lacune obiettivamente colmabili. Ed accettare che quelle che rimarranno. Sulle condizioni “al contorno”, cioè sul lavoro, non ho praticamente scelta.
Ora io non ho ricette da darti sul che fare, perciò mi sono dilungata più su quello che ho provato e sul processo di integrazione tra il mio ideale e il mio reale.
Ma ti lascio con un paragrafo che mi ha fatto molto riflettere, chissà che nella tua ricerca della “direzione” non ti aiuti.
“La separazione da persone, da luoghi, da cose, da idee e persino da parti di noi stessi, comporta tuttavia disagio, inquietudine, senso di vuoto e di smarrimento.
Non si tratta solo di nostalgia per ciò che si perde. Nel distacco vissuto come perdita avvertiamo il senso di un disordine minaccioso, di una disarmonia, della rottura di un ritmo del mondo.
A tutto questo ci si può abbandonare indifesi, come in una barca alla deriva, oppure si può individuare una direzione e remare.
Nessuno può fornire ricette per non soffrire dei distacchi. Ma capire e accettare che si vive e si cresce solo attraverso piccole e grandi separazioni è un modo, il solo, per governare la barca”.
E poi questa, letta, un po’ di tempo fa, da qualche parte proprio qui:
“L'utopia è là, all'orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l'orizzonte si sposta di dieci passi. Per quanto cammini, mai la raggiungerò. A cosa serve l'utopia? Serve a questo: a camminare.”