Il fatto è che quel comportamento (il pianto) non è una scelta consapevole, come vogliono interpretare molti adulti.Lella wrote:Poi volevo aggiungere un'altra cosa, io sono d'accordo sulla causa/effetto nel senso che fintanto che non capiscono le spiegazioni è giusto che imparino a capire quando un loro comportamento causa un disappunto nei genitori.
I no poi devono essere pochi ma decisi e irremovibili.
E' una reazione naturale alla frustrazione.
Ha senso rimproverarli?
A che pro? A insegnare che devono reprimere le loro emozioni per non creare disappunto nel papà?
Non è sufficiente (e lo dico anche per me stessa, perché spesso ci cado anche io) dire no, spiegare, non far fare quella cosa?
In questo modo il pianto non diventerà mai un capriccio premeditato, perchè non si insegna che il pianto fa ottenere cose che altrimenti non si otterrebbero.
E' cedendo che si dà un insegnamento sbagliato. E quindi si sbaglia a dire no troppe volte, nella fase dei due anni, quando i no scatenano reazioni forti. Perchè diventa stressante per tutti, anche per noi, far fronte poi a queste reazioni.
Ma quando lo si deve dire, è no e no rimane.
Ma l'urlo e l'incazzatura sono davvero inutili... i modi per non far diventare il pianto un'arma sono altri (quelli sani, perché anche se lo spaventi a morte cercherà di evitare di piangere, e magari ci riuscirà, ma è sano questo?).

