Io son di quelle "presuntuose" per quanto riguarda l'allattamento, rispetto assolutamente chi mi dice: non voglio, non mi piace, non lo faccio; provo tanta ammirazione per chi l'ha vissuto come un dovere e l'ha portato avanti per mesi ma nello stesso tempo, quando sento la delusione nelle parole, come in quelle di Luvetta, ho la presunzione di pensare che non sia stata accompagnata a dovere, e che questo malessere non è assolutamnte una colpa SUA ma una mancanza della famosa RETE.
E' vero che spesso allattare è CULO, il bimbo arriva, nessuno ti dice nulla, tu lo attacchi, lui capisce al volo, hai un seno che è ben predisposto, il capezzolo che non attende altro e il tutto fila liscio, e una si sente brava.
Poi ci sono casi come il mio, un seno molto grosso, un capezzolo piatto, un bambino un po' pigro, però la famosa rete.
Non posso dire che fu inizio traumatizzante, perché il mio trauma più grosso, in quel momento sarebbe stato il DOLORE (ragadi, tagli etc...), però non fu un inizio di quelli da manuale.
Arrivò il latte un pomeriggio in ospedale, all'indomani del cesareo, un seno da sesta misura che si riempie fino a diventare pietra, un capezzolo già piatto, tirato a dismisura a formare con la mammella un pallone gonfio senza possibilità alcuna di appiglio, un bambino affamato.
Chiamai le ostetriche in stanza, sudavo, non sapevo cosa fare.
Era un sabato pomeriggio e iniziavano ad arrivare visite, loro chiusero la porta della stanza, misero un cartello: IN VISITA, VIETATO L'INGRESSO, e si sedettero vicino a me.
Due Angeli.
Capirono subito la mia voglia di allattare, dovevo, volevo farlo e individuarono immediatamente il problema, era impossibile attaccarsi al capezzolo.
Una di loro rovesciò una siringa, la usò come stantuffo per tirarlo fuori, l'altra reggeva lapo piangente, e gli stimolava la suzione con un ciuccio enorme, scelto tra 20 ciucci, quello più simile al mio seno, ossia quello che lo abituava a spalancare al massimo la bocca.
E poi me lo attaccavano, come sentivo un minimo di dolore, gli metteveano il dito ai lati della bocca e lo obbligavano a lasciare la presa.
Mi ricordo ancora le parole: Non devi sentire il benché minimo dolore.
Nemmeno mio marito vollero in quella stanza, nemmeno mia madre, nessun consigliere, nessun amorevole appoggio, solo io e loro.
Ma era difficile con quel seno gonfio, mi fecero fare una doccia calda e mi aiutarono a spremere il seno sul lavandino e poi ancora tentativi.
Poi, provarono con le coppette in silicone, da appoggiare sul capezzolo, Lapo avrebbe avuto un appiglio, con la suzione il mio capezzolo si sarebbe adattato alla coppetta, un volta tirato fuori le avrei abbandonate.
Così fu.
Mi ricordo che fuori faceva buio, i parenti in visita scalpitavano, ma l'allattamento era partito e nella maniera corretta, erano passate forse un paio d'ore dal primo tentativo.
Mi sentivo la donna più felice del mondo.
Fui seguita per i 2 giorni a venire, anche loro vissero quel pomeriggio come un successo e tornarono spesso a farmi visita con le colleghe beandosi del loro ottimi lavoro, e avevano ragione, assolutamente, perché fu al 90% merito loro.
Una volta uscita fui comunque seguita per la pesata dall'ostetrica del consultorio, anche lei bravissima, che ad ogni mio pianterello perché lapo si attaccava portandosi dietro il capezzolo (bimbo reflussante), con il terrore di NON avere latte, lo spogliava e lo metteva sulla bilancia, pronta a dimostrarmi che di aria non si cresce tre etti a settimana.
E nonostante questa rete, l'allattamento partito, il successo, ne cercai un'altra e iniziai a mettere a disposizione la mia esperienza per la Lega all'allattamento LLL LECHE LEAGUE (
http://www.lllitalia.org/Sito/Home.html), andai agli incontri, imparai trucchi, escamotage, posizioni e quant'altro poteva servirmi per aiutare le altre, e capii davvero che per tanti casi dove dietro c'è puro CULO per tantissimi è solo questione di imparare a farlo nel migliore dei modi, per poter scegliere di farlo, vissuto con serenità, vissuto come un dovere, un piacere, o come cavolo si voglia, ma almeno senza quel senso di fallimento e frustrazione che accompagna chi non ha potuto assolutamente scegliere.