Allibita wrote:
Conosco molti miei coetanei cresciuti solo grazie ai soldi di mamma ed eventuali parenti, padri economicamente non pervenuti.
Allo stesso modo conosco alcuni padri che, lasciata la casa coniugale (viene quasi sempre lasciata alla donna) si trovano a pagare un affitto, alimenti alla ex moglie e ai figli.
Per me nessuna delle due situazioni è più grave dell'altra.
Io apposta riporto i dati.
E' vero che sono sicuramente difficili entrambe le situazioni e l'ho sempre pensato.
A livello statistico però le donne sono messe peggio.
Se leggi quello che ho riportato, quelle che faticano a "arrivare a fine mese" (espressione ormai inflazionata) sono IL DOPPIO degli uomini.
Quindi?
Una semplice moda, quella dei servizi tv?
Ti esplicito la mia dietrologia.
Che il tutto faccia parte di un più generalizzato e per me lapalissiano tentativo di riportare la donna indietro nel tempo.
Si parlava l'altro giorno di quell'uscita su Libero. Non prendiamoli come casi isolati, spesso questa nuova classe politica usa l'uscita plateale per tastare il terreno, per "buttarla là", come dicevo nell'altra discussione.
Come quando Berlusconi dal palco elettorale disse che le donne dovevano stare a casa a cucinare "per noi" o qualcosa del genere, o alla giovane precaria che chiedeva lavoro di trovarsi un marito ricco.
La donna è parte debole nelle separazioni perché spesso smette di lavorare o fa un orario ridotto e quasi sempre è quella che sacrifica la carriera per l'allevamento dei figli. La legge finora ha riequilibrato questa debolezza, almeno in parte, facendo sì che la donna che si separa non fosse in difficoltà: ha i figli per la maggior parte del tempo (e del resto se n'è sempre occupata di più lei, PARLO IN GENERALE), ha la casa di famiglia, dove abitare con i figli, ha un contributo economico anche per sé se non è economicamente indipendente (perché giustamente non lo è per scelte COMUNI fatte nel passato con l'uomo che adesso "la mantiene" e perché passa il tempo occupandosi dei figli che sono ANCHE di lui).
Adesso, sarebbe facile dire "sì ma le donne devono continuare a lavorare, non rinunciare alla carriera, essere indipendenti", ma di fatto nel nostro paese privo di una cultura in questo senso e privo quindi di aiuti reali alle famiglie in cui entrambi lavorino (asili nido scarsi, asili nido aziendali da cercare col lumicino, costi elevati, poca flessibilità di orari, perché se tu vuoi lavorare "seriamente" ti viene sempre chiesto un orario canonico per un minimo di 8 ore più pausa pranzo, MINIMO, ogni giorno, e il fatto di saltare la pausa pranzo e uscire prima è già guardato male ad esempio, eccetera eccetera...) e comunque culturalmente è un dato di fatto che in Italia la cura dei figli ricade maggiormente, a volte quasi esclusivamente, sulle donne.
Poi, ripeto, si tratta di scelte. Fatte insieme. E' ovvio che se fosse l'uomo che sacrifica la carriera, al momento della separazione dovrebbe (e infatti avrebbe) le stesse garanzie della donna.
Insistere sui "poveri padri separati" non può che farci arretrare sulla strada della forza femminile di poter chiedere la separazione. Perché DI FATTO, dati alla mano, non è che le donne siano messe meglio degli uomini già adesso. Però si sentono tutelate, hanno quello che spetta loro (o dovrebbero averlo, perché nei TRE QUARTI dei casi non è così...).
Arretrare significa ritornare a quando la donna non poteva chiedere la separazione perché si sarebbe trovata troppo in difficoltà.
Ecco cosa intendevo. Indebolire la donna anche da questo punto di vista.