Il "popolo"...
Posted: Sat Nov 26, 2011 1:09 pm
Vorrei porre una domanda.
Si parla molto di questo nuovo governo, di democrazia tradita, del potere effettivo del popolo, di democrazia effettiva.Allora io mi comincio a chiedere se le scelte del popolo sono sempre giuste e condivisibili.Il popolo di per sé, come entità, è in grado di prendersi la bega di governare?Ha la capacità, in quanto popolo, di fare le scelte migliori, di per sé, essendo maggioranza?
Diceva Victor Hugo che l’oppressione del popolo sarebbe finita quando ogni persona, indipendentemente dal suo stato sociale, avesse avuto la possibilità di non vivere in povertà e di avere una istruzione.
Ebbene, noi a questo livello ci siamo arrivati, da tempo.
Ma sembra che il popolo di per sé ancora fatichi. Insomma, il popolo ora non ha più fame, magari tira la cinghia ma sopravvive, e l’istruzione pubblica è garantita a tutti. Eppure una larga fetta di popolazione ancora ha la tendenza a compiere le proprie scelte in base all’interesse contingente (vedi votare per capi populisti, che li tengono buoni coi discorsi ma in pratica governano non nell’interesse del popolo ma con il plauso del popolo stesso; mentre magari un bravo politico che buca meno lo schermo deve far ingoiare medicine amare e viene accusato di voler mettere le mani in tasca al popolo, appunto).
La mia vuole essere una riflessione generale, che vada oltre la contingenza. Nello specifico caso italiano, è ovvio che certi tagli siano indigeribili in quanto pagano sempre gli stessi. Però mi ricordo levate di scudi contro certi governi definiti “amici delle tasse” da parte di commercianti e liberi professionisti, che denotano una certa superficialità (non mi interessa se il sistema va a rotoli e lo stato sociale collassa, basta che riducano le tasse a me).
Dato per assodato che le condizione di vita sono migliorate, cos’è che manca ad oggi perché il nostro popolo sia in grado di prendere delle decisioni rilevanti e che rispecchino davvero il bene COMUNE?
Penso all’assemblea costituente nell’Italia uscita dalla guerra: gruppi politici diversi riuscirono a fare una sintesi encomiabile di varie esigenze, da cui poi è scaturita la nostra Costituzione.
E mi pare che il miglioramento delle condizioni di vita stia portando, alla lunga, non a una presa di coscienza maggiore, ma a un ripiegamento su noi stessi, ormai tesi a godere delle conquiste dei nostri padri, intenti a difendere il nostro orticello, inclini a sparare a vista su chiunque possa avere il minimo odore di pericolo (vedi il successo politico di forze che seminano la paura e l’odio per il diverso).
Siamo usciti dalla povertà e dall’ignoranza per precipitare pian piano nell’ammorbidimento delle coscienza causa benessere?
Si parla molto di questo nuovo governo, di democrazia tradita, del potere effettivo del popolo, di democrazia effettiva.Allora io mi comincio a chiedere se le scelte del popolo sono sempre giuste e condivisibili.Il popolo di per sé, come entità, è in grado di prendersi la bega di governare?Ha la capacità, in quanto popolo, di fare le scelte migliori, di per sé, essendo maggioranza?
Diceva Victor Hugo che l’oppressione del popolo sarebbe finita quando ogni persona, indipendentemente dal suo stato sociale, avesse avuto la possibilità di non vivere in povertà e di avere una istruzione.
Ebbene, noi a questo livello ci siamo arrivati, da tempo.
Ma sembra che il popolo di per sé ancora fatichi. Insomma, il popolo ora non ha più fame, magari tira la cinghia ma sopravvive, e l’istruzione pubblica è garantita a tutti. Eppure una larga fetta di popolazione ancora ha la tendenza a compiere le proprie scelte in base all’interesse contingente (vedi votare per capi populisti, che li tengono buoni coi discorsi ma in pratica governano non nell’interesse del popolo ma con il plauso del popolo stesso; mentre magari un bravo politico che buca meno lo schermo deve far ingoiare medicine amare e viene accusato di voler mettere le mani in tasca al popolo, appunto).
La mia vuole essere una riflessione generale, che vada oltre la contingenza. Nello specifico caso italiano, è ovvio che certi tagli siano indigeribili in quanto pagano sempre gli stessi. Però mi ricordo levate di scudi contro certi governi definiti “amici delle tasse” da parte di commercianti e liberi professionisti, che denotano una certa superficialità (non mi interessa se il sistema va a rotoli e lo stato sociale collassa, basta che riducano le tasse a me).
Dato per assodato che le condizione di vita sono migliorate, cos’è che manca ad oggi perché il nostro popolo sia in grado di prendere delle decisioni rilevanti e che rispecchino davvero il bene COMUNE?
Penso all’assemblea costituente nell’Italia uscita dalla guerra: gruppi politici diversi riuscirono a fare una sintesi encomiabile di varie esigenze, da cui poi è scaturita la nostra Costituzione.
E mi pare che il miglioramento delle condizioni di vita stia portando, alla lunga, non a una presa di coscienza maggiore, ma a un ripiegamento su noi stessi, ormai tesi a godere delle conquiste dei nostri padri, intenti a difendere il nostro orticello, inclini a sparare a vista su chiunque possa avere il minimo odore di pericolo (vedi il successo politico di forze che seminano la paura e l’odio per il diverso).
Siamo usciti dalla povertà e dall’ignoranza per precipitare pian piano nell’ammorbidimento delle coscienza causa benessere?