Quante volte ci siamo sentiti dire che un bravo genitore deve esserci, sempre? E quante volte, senza accorgercene, quell’essere presenti si è trasformato in qualcosa di diverso: un’ombra che anticipa ogni ostacolo, che corregge, che porta lo zaino, che sistema le cose prima che vadano storte?
È esattamente su questo confine che si concentra Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, nel suo nuovo saggio Ti farò correre in salita. Come e perché educare alla fatica le nuove generazioni (Mondadori). Nella riflessione raccontata sulle pagine del Fatto Quotidiano, l’autore mette in fila gesti che a molti genitori sembrano gesti d’amore: correggere i compiti al posto dei figli, aspettarli fuori da scuola per portare loro lo zaino, usare lo smartphone per placare un pianto, trasformare ogni divieto in una trattativa.
Sono gesti piccoli. Ed è proprio per questo che vale la pena guardarli da vicino.
«A forza di considerarli fragili, li abbiamo resi davvero più fragili»
Pellai non parla di genitori distratti o disinteressati. Parla di genitori spaventati. Adulti che hanno temuto che crescere nel terzo millennio esponesse i figli al rischio di «frantumarsi» e che, per proteggerli, li hanno trattati «come delicati vasi di cristallo».
Il risultato, secondo lo psicoterapeuta, è un paradosso: spingendo i ragazzi a rifugiarsi in ambienti sicuri — prima di tutto la loro cameretta — il mondo fuori dalla porta di casa si è progressivamente ristretto. E con esso si è ridotta anche quella spinta esplorativa, quel coraggio con cui gli adolescenti, da sempre, si affacciano al futuro.
«A forza di considerarli fragili, li abbiamo resi davvero più fragili», sintetizza Pellai. Una frase che vale la pena rileggere due volte, perché sposta il punto di vista: non è (solo) una questione di ragazzi diversi da quelli di una volta, ma di un contesto educativo che è cambiato.
I tre gesti quotidiani su cui vale la pena fermarsi
1. Correggere i compiti
Il compito è lo spazio in cui un bambino impara a sbagliare, a riprovare, a chiedere aiuto. Se lo correggiamo prima che lo consegni, quel passaggio salta. L’insegnante non vede dove il bambino è in difficoltà, e il bambino non sperimenta la fatica di arrivare da solo alla soluzione. La prestazione migliora sulla carta, l’autonomia no.
2. Aspettare fuori da scuola con lo zaino
Sembra un dettaglio logistico, in realtà è una piccola palestra: portare il proprio zaino significa avere un compito, una responsabilità, un pezzo di giornata che dipende da sé. Toglierlo non fa male a nessuno, ma toglie un’occasione. E le occasioni, quando sono tante e ripetute, diventano competenza.
3. Lo smartphone che calma ogni pianto
Il telefono che placa un pianto funziona. Funziona subito, ed è questo il suo problema: scavalca il momento in cui il bambino (e il genitore) dovrebbe attraversare la frustrazione. Sono quei minuti scomodi, secondo Pellai, il terreno in cui si costruisce la capacità di gestire i fallimenti — quella che poi, da adolescenti, manca quando qualcosa non va come previsto.
Educare alla fatica non significa tornare al passato
Qui vale un chiarimento, perché il titolo del saggio può suonare duro. «Far correre in salita» non vuol dire lasciare soli i figli, negare aiuto o riportare in casa un’autorità fatta solo di divieti. Significa distinguere tra il sostegno e la sostituzione.
Il genitore che sostiene resta accanto, ascolta, rassicura e poi lascia fare. Il genitore che sostituisce, invece, agisce al posto del figlio: spesso per alleviare la propria ansia più che la sua. Pellai insiste sul primo dei due, perché è quello che consente ai ragazzi di strutturarsi emotivamente.
Sullo sfondo c’è un tema più ampio, che riguarda tutti gli adulti: l’autorevolezza smarrita e la permissività che prende il suo posto quando ogni «no» diventa negoziabile. Ne parlano, da angolazioni diverse, anche altri esperti che si rivolgono alle famiglie: ne è un esempio il nuovo libro di Silvio Garattini che interroga anche i genitori su dipendenze, fumo e alcol.
Cosa possiamo fare, concretamente, da oggi
Non servono rivoluzioni educative. Servono micro-scelte ripetute con costanza.
- Lasciare un compito imperfetto. Se il quaderno non è perfetto ma è suo, è un buon risultato.
- Restituire un compito alla volta. Lo zaino, la merenda, la sveglia: si può ricominciare da un solo gesto.
- Nominare le emozioni, senza cancellarle. «Sei arrabbiato, lo capisco» funziona meglio di uno schermo.
- Tenere una regola, anche quando è scomoda. La coerenza vale più della severità.
- Accettare un insuccesso scolastico senza contestare il voto. Serve a capire cosa non ha funzionato, non a cercare un colpevole.
E poi c’è la parte più difficile, quella che riguarda noi adulti: tollerare l’ansia che sale quando nostro figlio esce di casa, sbaglia, torna deluso. È lo stesso movimento che, da sempre, accompagna la crescita degli adolescenti: non vogliono scappare di casa, chiedono solo di essere ascoltati — e accolti come persone capaci, non come vasi da proteggere.
Una fiducia da restituire
Il messaggio di Pellai non è un rimprovero ai genitori, e lui stesso lo chiarisce: ha voluto offrire «una visione della crescita» che aiuti madri e padri a non sentirsi impotenti di fronte al disagio dei figli. Perché l’alternativa all’iperprotezione non è l’abbandono, ma la fiducia.
Fiducia che un bambino possa portare il proprio zaino. Che un ragazzo possa sbagliare un compito e riprovarci. Che la fatica, quando è accompagnata e non imposta, non spezza: costruisce. Forse è la lezione più semplice e più scomoda di questo libro: smettere di correre al posto loro, per vederli imparare a correre — anche in salita.