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Zero alcol in gravidanza: perché anche un bicchiere occasionale non è innocuo

Il 9 settembre si celebra la Giornata Internazionale dedicata allo spettro dei disturbi feto-alcolici. Un appuntamento che ogni anno riporta al centro un messaggio semplice ma ancora poco interiorizzato: in gravidanza non esiste una quantità di alcol sicura. Per l’occasione il Ministero della Salute, insieme all’Istituto Superiore di Sanità e alla SIGO, lancia la campagna informativa “Zero alcol in gravidanza”, pensata per raggiungere soprattutto le donne in età fertile e le coppie che stanno cercando un bambino.

Che cos’è la sindrome feto-alcolica

Lo spettro dei disturbi feto-alcolici, in sigla Fasd, comprende una serie di condizioni che possono comparire nel bambino quando la mamma consuma alcol durante i nove mesi. Non parliamo solo di quadri gravi: anche un’esposizione più lieve e ripetuta può avere conseguenze sullo sviluppo. È per questo che gli esperti insistono sulla soglia zero, e non su un limite “accettabile”.

Il punto centrale della campagna è proprio questo: l’astensione totale è l’unica misura che annulla il rischio. Una posizione chiara, sostenuta dalle società scientifiche, che punta a proteggere il nascituro in una fase in cui non può difendersi da solo.

I dati dell’Istituto Superiore di Sanità

Il Centro nazionale Dipendenze e Doping dell’ISS ha condotto tra gennaio 2024 e luglio 2026 un’analisi su campioni biologici materni e infantili nell’ambito del progetto “Salute materno-infantile”. Sono stati esaminati 83 campioni di capelli di gestanti tra i 18 e i 24 anni e 147 campioni di meconio neonatale, cercando tracce di etilglucuronide (EtG), un indicatore utile a valutare l’esposizione all’alcol, insieme a uno screening per altre sostanze psicoattive.

Il risultato più significativo riguarda i campioni materni. Solo due hanno mostrato livelli di EtG vicini alla soglia che la letteratura scientifica indica come riferimento per un consumo cronico. Ma in 34 casi, pari al 41% del campione, le analisi hanno evidenziato un profilo compatibile con quello che viene definito “bevitrice sociale”.

Il dato colpisce ancora di più se si considera che, nelle interviste, le donne avevano dichiarato di non consumare alcol, di essere astemie o di aver interrotto il consumo durante la gravidanza. Come precisano gli stessi ricercatori, questo non significa che il 41% delle gestanti sia consumatore cronico, né permette da solo di stabilire quantità e frequenza del consumo nei nove mesi. Il risultato, spiegano dall’ISS, sarà approfondito in una pubblicazione scientifica.

La zona d’ombra del “bicchiere ogni tanto”

C’è un divario tra quello che si dichiara e quello che accade realmente. Le giovani donne sono sempre più consapevoli dei rischi, eppure l’abitudine a bere occasionalmente, magari in compagnia durante la gravidanza, resta sottovalutata. È quella zona d’ombra in cui un brindisi a una cena o un bicchiere di vino “solo per festeggiare” vengono percepiti come innocui.

«Il messaggio è chiaro: zero alcol in gravidanza – sottolinea Simona Pichini, direttore del Centro nazionale Dipendenze e Doping dell’ISS –. Promuovere questa consapevolezza significa intervenire prima del concepimento, durante la gravidanza e, più in generale, aumentare la consapevolezza dei rischi legati al consumo di alcol durante la gestazione».

Non riguarda solo la mamma

Uno degli aspetti più interessanti della campagna è lo sguardo allargato alla coppia e a chi le sta intorno. L’astensione, spiegano gli esperti, non è una questione che riguarda solamente la donna: coinvolge il partner e le persone che ruotano attorno alla coppia. Un compagno che rinuncia a bere durante la gravidanza rende più semplice per la futura mamma non sentirsi sola o “fuori posto” nei momenti sociali, e aiuta a trasformare la rinuncia in una scelta condivisa invece che in una limitazione imposta.

Formazione e informazione: cosa è stato fatto

Il progetto ha puntato molto sulla preparazione degli operatori. Sono stati realizzati quattro corsi di Formazione a Distanza che hanno raggiunto circa 20mila professionisti sociosanitari attivi nell’ambito della salute materno-infantile. Accanto a questo, un’attività di informazione rivolta alla popolazione, con particolare attenzione alle giovani tra i 18 e i 24 anni, e quattro video brevi dedicati ai disturbi feto-alcolici e alla prevenzione dell’esposizione prenatale all’alcol diffusi attraverso i social.

«La promozione della salute deve raggiungere le persone in età fertile e fornire informazioni comprensibili e scientificamente corrette anche nella fase preconcezionale», aggiunge Pichini. In quest’ottica, anche i controlli che precedono una gravidanza – compresi approfondimenti come quelli sul progesterone in gravidanza o le prime visite ginecologiche – diventano occasioni preziose per parlare di stili di vita con il proprio medico.

Cosa può fare una famiglia, in pratica

Le indicazioni concrete sono poche e chiare. La prima: iniziare già prima del concepimento, se si sta cercando un bambino, perché i primi giorni di gravidanza spesso non sono ancora noti. La seconda: imparare a leggere le etichette, perché l’alcol si nasconde anche in bevande che non immaginiamo. La terza: chiedere al ginecologo o al medico di famiglia un supporto reale se eliminare l’alcol risulta difficile, senza timore di essere giudicate.

Infine, vale la pena ricordare che prendersi cura della propria salute in gravidanza significa occuparsi anche di prevenzione in senso ampio: dalle vaccinazioni consigliate in questo periodo, come quelle contro l’influenza in gravidanza, ai controlli periodici. Un insieme di gesti semplici che proteggono mamma e bambino.

La campagna “Zero alcol in gravidanza” ricorda che non c’è una quantità che annulla il rischio per il nascituro che non sia pari a zero. Una notizia che, come racconta anche l’approfondimento di iO Donna, merita di arrivare a quante più persone possibile, prima ancora che una gravidanza inizi.

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