Noi Mamme

Apple lancia Kid Cute: la funzione che attira i bambini davanti allo schermo e riapre il tema dello sharenting

C’è una funzione nuova, dentro uno smartphone nuovo, che promette di rendere i bambini «più teneri». Si chiama Kid Cute e, secondo quanto racconta Famiglia Cristiana, proietta sul retro del display una serie di animazioni pensate per catturare l’attenzione dei più piccoli. Il risultato, secondo la casa produttrice, è semplice: bambine e bambini guardano verso lo schermo, e per mamma e papà diventa molto più facile fotografarli o riprenderli.

Detta così sembra una comodità. Messa accanto al dibattito europeo sulla tutela dei minori online, però, la novità assume un altro significato. Perché mentre le istituzioni discutono di come proteggere l’infanzia nella società digitale, una delle aziende più influenti del mondo invita i suoi utenti a usare lo schermo come esca per ottenere il contenuto social perfetto. E il contenuto, in questo caso, sono i nostri figli.

Che cos’è Kid Cute e perché ha fatto discutere

La funzione è passata quasi sotto silenzio, tra il design avveniristico del nuovo dispositivo e le polemiche sui prezzi. Eppure sul sito ufficiale dell’azienda la descrizione è esplicita: le animazioni sullo schermo esterno attirano lo sguardo dei bambini «verso il punto giusto», rendendo più facile realizzare foto e video.

Il punto non è la fotografia in sé. Chiunque abbia provato a immortalare un bambino di due anni sa quanto sia difficile. La questione è un’altra: per la prima volta uno strumento tecnologico viene presentato come alleato di una pratica che, dal punto di vista dei diritti dei minori, è tutt’altro che neutra. Cioè lo sharenting, la condivisione costante e abituale delle immagini dei propri figli online.

Non è la prima volta che Apple finisce al centro di una polemica simile: era già accaduto con il cartellone rimosso a Milano, quello con un bambino davanti allo smartphone. Allora il messaggio voleva rassicurare le famiglie sulla sicurezza del dispositivo. Oggi, secondo la lettura proposta dalla fonte, il messaggio sembra quasi opposto.

Sharenting: quante foto pubblichiamo davvero

I numeri aiutano a capire la scala del fenomeno. Mediamente, a livello europeo, nei primi cinque anni di vita dei propri figli i genitori pubblicano circa 1.500 immagini che li ritraggono. Sono foto di compleanni, primi passi, bagnetti, merende, recite. Immagini tenere, spesso condivise con le migliori intenzioni: far partecipare nonni e amici lontani, conservare un ricordo, sentirsi parte di una comunità.

Il problema è che quelle immagini restano. E possono essere ricondivise, salvate, archiviate, usate per addestrare sistemi automatici o per costruire profili. Nel tempo possono entrare in contatto con il futuro del bambino: la sua privacy, la sua reputazione, le relazioni con i coetanei, persino la ricerca di un lavoro quando sarà grande.

Vale la pena ricordare una cosa semplice: lo sharenting non nasce dai bambini. Non dipende dalle loro scelte, dalla loro curiosità, dalla loro voglia di apparire. È una pratica tutta adulta. Ed è per questo che nessuna legge, da sola, può davvero fermarla.

Il Kids Act e le nuove regole europee

Proprio nelle stesse settimane, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen è intervenuta sul tema con parole nette, parlando di una vera e propria «cattura» dei bambini, della loro attenzione, della loro concentrazione e delle loro menti. Nel suo discorso ha anticipato i contenuti principali del Kids Act, il pacchetto di norme europee sulla tutela dei diritti digitali dei minori.

Secondo quanto riportato, gli Stati membri saranno chiamati a ratificare misure che vietano la presenza online dei minori di 13 anni, mentre sotto i 15 anni non si potrà attivare un profilo social. Sono passi importanti, ma arrivano dopo anni di dibattito e, soprattutto, non possono sostituire la responsabilità educativa degli adulti.

Il paradosso, evidenziato dalla fonte, è proprio questo: mentre l’Europa prova a mettere paletti, il mercato spinge nella direzione opposta, trasformando i bambini in soggetti da attirare, intrattenere, filmare. Con buona pace di chi, in famiglia, prova ogni giorno a trovare un equilibrio.

Cosa possono fare davvero i genitori

Di fronte a scenari così grandi, viene da pensare che non ci sia nulla da fare. Non è così. Le scelte quotidiane delle famiglie pesano più di quanto si immagini, e alcune abitudini fanno la differenza.

1. Chiedersi «perché» prima di pubblicare

Prima di condividere una foto, una domanda semplice: lo faccio per mio figlio o per me? Per raccontare a un nonno lontano o per ottenere like? Non serve una risposta moralistica, serve onestà. Anche solo porsi la domanda cambia il modo in cui si pubblica.

2. Ridurre, non eliminare

Nessuno chiede di sparire dai social. Si può però scegliere di condividere meno, di preferire gruppi chiusi e chat private, di evitare immagini che mostrano il volto, la divisa scolastica, la casa, i luoghi frequentati.

3. Coinvolgere i figli, quando possono capire

Dai sei o sette anni in su, i bambini hanno opinioni precise. Chiedere il permesso, spiegare dove finirà quella foto, accettare un «no»: sono piccoli gesti che insegnano loro cosa significa consenso e cosa significa privacy.

4. Ripensare il rapporto con gli schermi in casa

Se lo schermo diventa lo strumento per calmare, distrarre, intrattenere, il confine si sposta in fretta. Su questo tema, bilanciare tecnologia e famiglia senza sensi di colpa è una delle sfide più concrete di questi anni: non si tratta di vietare, ma di scegliere con consapevolezza quando, come e perché uno schermo entra nella giornata dei nostri figli.

Una questione culturale, non solo tecnologica

La verità è che l’elefante nella stanza non è Kid Cute. Non è nemmeno Apple, né il nuovo smartphone, né una singola funzione. L’elefante siamo noi: la nostra stanchezza, la nostra fretta, la tentazione di usare lo schermo per lenire la fatica di accudire, il senso di colpa di chi sente di aver perso il tempo e il coraggio di educare.

Riconoscere questo non significa colpevolizzarsi. Significa riprendere in mano una responsabilità che nessuna azienda e nessuna legge possono esercitare al posto nostro. Le normative servono, i divieti servono, ma il cambiamento vero parte da una scelta culturale: considerare i bambini persone con diritti propri anche prima di poterli rivendicare da soli.

La prossima volta che accendiamo lo schermo per farli guardare nella direzione giusta, possiamo fermarci un secondo e chiederci: quella foto serve a loro o a noi?

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