Il bonus asilo nido compie dieci anni e, a guardare i numeri, la strada fatta è tanta. Introdotto nel 2016 per sostenere le famiglie con bambini sotto i tre anni nel pagamento delle rette dei nidi pubblici e privati, il contributo è stato rafforzato più volte e oggi vale fino a 3.600 euro l’anno per le famiglie con ISEE entro i 40.000 euro, e 1.500 euro per chi supera quella soglia o non presenta l’ISEE. Secondo l’analisi di Maria De Paola pubblicata su Etica ed Economia — Menabò, però, la misura funziona solo a metà: aumenta la probabilità che le madri restino occupate, ma resta poco utilizzata proprio da chi ne avrebbe più bisogno.
Quanto vale il bonus oggi
Per i bambini nati dal 2024 le fasce sono due: fino a 3.600 euro per le famiglie con ISEE non superiore a 40.000 euro e 1.500 euro per le altre. Per i nati prima del 2024 la struttura era a tre scaglioni: 3.000 euro fino a 25.000 euro di ISEE, 2.500 euro tra 25.001 e 40.000, 1.500 euro sopra i 40.000 euro o senza ISEE. Un percorso di crescita importante, che ha portato il numero di beneficiari a oltre 530.000 bambini nel 2025.
Chi lo usa e chi resta fuori
Nel 2025 il tasso di utilizzo complessivo ha superato il 35% dei nati, contro il 4% registrato nel 2017. La media, però, racconta solo una parte della storia. Le famiglie con ISEE inferiore a 25.000 euro, cioè quelle a cui spetterebbero gli importi più alti, sono anche quelle che ci ricorrono meno: 31% di utilizzo. Chi ha un ISEE tra 25.000 e 40.000 euro arriva al 55%, mentre le famiglie sopra i 40.000 euro o senza ISEE si fermano al 41%.
Un dato apparentemente controintuitivo, che ha più di una spiegazione. La letteratura economica sui trasferimenti condizionati mostra che barriere informative, procedure complesse e minore familiarità con la burocrazia riducono il ricorso alle prestazioni tra i beneficiari più fragili. Nel caso del bonus nido, però, c’è anche un motivo strutturale: nelle famiglie a basso reddito è più frequente che la madre non lavori. Se il bambino può essere accudito in casa, la domanda di nido cala e con essa l’utilità del contributo. Lo confermano i dati: restringendo l’analisi alle sole madri occupate con figli sotto i tre anni, il divario tra fasce di reddito si riduce sensibilmente.
Il divario tra Nord e Sud
Al paradosso del reddito si intreccia quello territoriale. Nel 2025 il tasso di utilizzo del bonus è del 43% al Centro, 38% al Nord e 29% al Sud e nelle Isole, pur in forte crescita rispetto ai valori quasi nulli del 2017. In testa alla classifica regionale ci sono Sardegna (47%) e Valle d’Aosta (46%); in coda Calabria (20%), Sicilia (25%) e Campania (27%).
Le cause sono due, e si tengono per mano: l’occupazione femminile e la disponibilità di asili nido. Dove le strutture mancano, il trasferimento economico da solo non basta. Il Mezzogiorno sconta entrambi i ritardi — pochi posti e meno madri occupate — e il bonus non è in grado di colmarli.
Cosa succede alle mamme che lo utilizzano davvero
Per stimare l’effetto causale della misura, le autrici hanno sfruttato la discontinuità normativa del 2016, che ha riservato l’accesso al bonus ai figli nati dal 1° gennaio di quell’anno. I risultati indicano che l’accesso al contributo aumenta di circa un punto percentuale la probabilità di essere occupate nell’anno successivo alla nascita: un incremento del 3% rispetto alla media del campione. Ma è un effetto medio, che include anche le madri eleggibili che non hanno mai fatto domanda. Per chi lo ha effettivamente utilizzato, l’aumento arriva a circa sei punti percentuali, cioè il 17% in più rispetto alla media.
Non si registrano invece effetti significativi su salario o settimane lavorate. In parole semplici: il bonus aiuta le madri a restare nel mercato del lavoro, non ad aumentare le ore. Agisce sul fatto di esserci o non esserci, non sulla quantità di lavoro.
Cosa significa per le famiglie, in pratica
La conclusione utile per chi ha un bambino piccolo è duplice. Da un lato, se il bonus spetta, vale la pena presentare domanda: l’effetto sull’occupazione femminile è reale e misurabile. Dall’altro, il contributo non è una soluzione universale, perché funziona solo se accanto ci sono un lavoro e un posto al nido.
E quando il posto al nido non c’è — o è troppo lontano, o le graduatorie non lasciano speranze — le famiglie si organizzano. Tra le alternative più diffuse ci sono i nidi in famiglia, le tate e il co-parenting, soluzioni che spesso rientrano proprio tra le spese coperte dal bonus. Conoscere le regole e le opzioni disponibili sul proprio territorio fa la differenza, molto più di quanto non faccia l’importo sulla carta.
Perché aumentare il bonus non basta
Il messaggio dell’analisi è chiaro: il trasferimento monetario funziona quando si inserisce in un contesto favorevole, dove le madri lavorano e dove i nidi esistono. Aumentare la generosità della misura, come hanno fatto le ultime due leggi di bilancio, è utile ma non sufficiente. Servono interventi strutturali: più opportunità occupazionali per le donne e più servizi educativi per la prima infanzia.
In questa direzione va il Piano asili nido e scuole dell’infanzia del PNRR, che punta a portare la copertura nazionale verso il 45% entro il 2030. I progressi ci sono: nell’anno educativo 2023/24 i posti hanno raggiunto quasi 378.500, con un tasso di copertura del 31,6%. Ma dietro la media nazionale restano forti differenze: otto province, tutte nel Mezzogiorno, resteranno sotto il 30% di copertura. Ampliare i servizi è necessario, ma non basta da solo a ridurre i divari occupazionali di genere.
Per le mamme e i papà che leggono questi numeri, il punto è semplice: informarsi sui propri diritti conviene, ma conviene anche sapere che la scelta di tornare al lavoro dopo un figlio dipende da un insieme di cose — il costo del nido, i posti disponibili, gli orari, la rete familiare. Il bonus è un tassello. Non è tutto il mosaico.