Ci sono libri che si leggono con le mani ferme e il fiato corto. «Le cose in natura semplicemente crescono» (NNE, traduzione di Laura Noulian, prefazione di Andrea Bajani) è uno di questi. Lo ha scritto Yiyun Li, scrittrice statunitense di origine cinese, che con questo memoir ha vinto il Pulitzer e che in queste pagine racconta la perdita dei suoi due figli: Vincent, morto a sedici anni nel 2017, e James, a diciannove, nel 2024. Entrambi per suicidio. Una verità che l’autrice, come racconta l’Eco di Bergamo, rifiuta di addolcire, di spiegare con una causa rassicurante, di trasformare in una lezione.
Per chi fa il genitore, leggere di un dolore così è difficile e insieme necessario. Perché tocca una delle paure più profonde e più taciute: quella di non poter proteggere fino in fondo la persona che amiamo di più.
Un memoir che rinuncia alla consolazione
Yiyun Li non promette riscatto. Lei stessa mette le mani avanti: «Questo non è un libro sul dolore o sul cordoglio». Non c’è un percorso a tappe verso la guarigione, non c’è un finale in cui tutto acquista un senso. C’è invece quello che l’autrice chiama una «accettazione radicale dei fatti».
«Non c’è un modo giusto per dirlo. I fatti sono la parte più dura e più difficile della vita, eppure i fatti, inalterabili, portano con sé un certo ordine e una certa logica», scrive. È una frase durissima e, allo stesso tempo, quasi consolatoria: i fatti sono ciò che resta quando le spiegazioni non bastano più. Non spiegano il perché, ma danno una forma al dopo.
Due lutti, due libri, due modi di stare accanto
Nel 2021 Li aveva già pubblicato «Dove le ragioni finiscono», un libro scritto per Vincent. Con lui, racconta, il dialogo era continuo: madre e figlio parlavano e discutevano, e quella conversazione sembrava poter varcare persino il confine della morte.
Con James è diverso. Dopo la sua scomparsa, la madre ritrova una foto dell’asilo. Il bambino, esasperato dagli adulti che gli chiedevano perché non parlasse, si era appeso al collo un cartello: «Io non parlo perché non voglio!». È un’immagine tenera e insieme terribile, che dice una verità semplice: nessun genitore conosce fino in fondo il proprio figlio. E non per negligenza, ma perché ogni persona, anche piccolissima, ha una zona di sé che resta sua.
Li lo ammette con onestà: di James sapeva meno di quanto avrebbe voluto. Per parlarne le servirebbe «un nuovo alfabeto», ma ha a disposizione solo la vecchia lingua, con parole che dopo una catastrofe simile tendono a diventare «flaccide o rancide». Decide di usarle lo stesso, una per una, mettendo in fila ricordi, incontri, conversazioni.
«Una madre può fare tutto, ma non può tenere un figlio in vita»
È la frase più dura del libro, e forse la più importante per chiunque abbia un figlio. Nella prefazione, Andrea Bajani legge in questa scrittura essenziale la richiesta di rendere giustizia alla «prima illusione» strappata all’autrice: quella dell’amore per i figli e per la vita come «binomio inscindibile».
Tradotto nella vita di tutti i giorni: amare non equivale a garantire. Possiamo fare tutto quello che è umanamente concepibile — restare svegli, ascoltare, chiedere aiuto, cambiare lavoro, cercare lo specialista giusto — e non per questo avere in mano il risultato. È una verità che nessun genitore vorrebbe sentire, ma che libera da una colpa impossibile da portare.
Il giardino come scuola di realtà
Li continua a vivere, e lo fa con un gesto quotidiano e concreto: coltiva un giardino. Lo descrive come «un buon addestramento per la scrittura e per la vita» e spiega perché: «Si impara a essere pazienti, si impara a fare concessioni, si impara a ridefinire le proprie idee e ambizioni, e si impara a smettere di essere perfezionisti».
Nel giardino «le cose in natura semplicemente crescono», finché non arriva per loro il momento di morire. È un’immagine dolce e non consolatoria, che parla a chiunque faccia i conti con l’idea di controllo: si semina, si cura, si annaffia. Poi la pianta fa quello che può.
La compostezza come forma di custodia
Rileggendo le tragedie greche, Li immagina i pianti delle madri amplificati cento volte, con quella collera che è «la tonalità più intensa dello strazio». E commenta: «Questo si avvicina a come potrei esprimermi anche io; solo, preferisco non farlo».
Qui sta il cuore del memoir: una prosa moderata, quasi impassibile, che trattiene il grido senza cancellarlo. E che, proprio per questo, finisce per amplificarlo. Quella compostezza è un «segnaposto», qualcosa di non definitivo: la forma che una madre sceglie per custodire uno spazio per il figlio, senza definirlo, in una relazione che neppure la morte riesce a interrompere.
Cosa portarsi a casa
Non è un manuale, e non offre ricette. Ma qualche indicazione pratica si può ricavare anche da una storia così estrema.
La prima: parlare con i figli non serve a controllarli, serve a restare in contatto. La seconda: l’adolescenza è, per definizione, un territorio in cui i genitori vedono meno di quanto vorrebbero, e questo non è un fallimento educativo. La terza: chiedere aiuto — a un professionista, a un’amica, a un servizio di ascolto — quando il peso diventa eccessivo non è un’ammissione di debolezza, ma una forma di cura.
Se stai attraversando un momento di grande dolore o hai pensieri che ti spaventano, non restare sola. In Italia esistono servizi di ascolto come il Telefono Amico Italia (02 2327 2327), attivo tutti i giorni, e per i minori il Telefono Azzurro (19696). Parlarne con il proprio medico di base o con uno psicologo è il passo successivo e più concreto.
«Le cose in natura semplicemente crescono» è un libro che non vuole consolare. Vuole, forse, solo stare accanto: alle madri, ai padri, a chiunque abbia imparato che l’amore è una cosa seria, faticosa e mai del tutto sotto il nostro controllo.