La toxoplasmosi è un’infezione molto comune causata dal parassita Toxoplasma gondii. Si stima che colpisca circa un terzo della popolazione mondiale. In genere, negli adulti sani con un sistema immunitario efficiente, l’infezione decorre senza sintomi evidenti o con manifestazioni lievi come malessere generale e ingrossamento dei linfonodi del collo. In questi casi, non sono necessarie cure specifiche.
Tuttavia, la toxoplasmosi in gravidanza richiede particolare attenzione. Se una donna incinta contrae l’infezione, può trasmetterla al feto. Le conseguenze per il nascituro possono variare notevolmente a seconda del momento della gravidanza in cui avviene l’infezione e della tempestività e adeguatezza della terapia intrapresa dalla madre fino al parto.
Fonti di Contaminazione e Misure Preventive
Rischi Alimentari
La principale via di infezione è rappresentata dal consumo di alimenti contaminati.
L’infezione può avvenire ingerendo oocisti presenti nel terreno, attraverso il consumo di ortaggi crudi, legumi, frutta ed erbe aromatiche che sono venuti a contatto con il terreno. Un’altra modalità di infezione è il consumo di carne cruda o poco cotta di animali infetti. In particolare, il consumo di carne di maiale poco cotta, prosciutto e altri salumi derivati dal suino rappresenta una delle forme più comuni di infezione. Anche il consumo di coniglio, agnello, pollame, latte fresco non pastorizzato e uova crude può essere rischioso.
Pertanto, è fondamentale che una donna incinta lavi accuratamente frutta e verdura con abbondante acqua, consumi esclusivamente carne ben cotta ed eviti salumi, insaccati e roast beef. Una corretta igiene è fondamentale per la salute della madre e del bambino.
Una cottura a 67°C o il congelamento per almeno 24 ore sono in grado di uccidere il parassita. Il microonde, invece, potrebbe non garantire la completa eliminazione del rischio.
Un’altra buona abitudine è quella di lavarsi sempre accuratamente le mani dopo aver toccato ortaggi o carne cruda, evitando di portare le mani a contatto con la bocca.
Rischi legati al giardinaggio
Il terreno può essere contaminato da oocisti espulse con le feci dei gatti. Per questo motivo, chi possiede un orto o pratica giardinaggio dovrebbe lavarsi accuratamente le mani dopo aver maneggiato la terra, evitando di portare le mani sporche a contatto con le mucose orali o oculari. L’ideale sarebbe indossare sempre dei guanti da giardinaggio.
Rischi legati ai gatti
I gatti sono gli ospiti definitivi del Toxoplasma Gondii. Il rischio di contrarre il parassita è maggiore a contatto con la lettiera del gatto o con la terra e la sabbia dove abitualmente l’animale deposita le feci.
È importante ricordare che i gatti domestici che vivono in casa, non hanno contatti con gatti randagi e sono alimentati con cibo in scatola, difficilmente sono portatori del parassita, soprattutto se la lettiera viene pulita quotidianamente.
Un serbatoio di infezione più probabile è rappresentato dai gatti randagi, che si infettano cacciando uccelli e topi contaminati dalle cisti del toxoplasma e rilasciano oocisti attraverso le feci.
Il rischio legato alla convivenza con un gatto domestico è quindi estremamente basso, se non trascurabile.
In ogni caso, le donne incinte che possiedono un gatto dovrebbero seguire alcune precauzioni:
- Delegare ad altre persone la rimozione delle feci e la pulizia della lettiera o, se non è possibile, utilizzare guanti, preferibilmente monouso.
- Non far mangiare al gatto animali cacciati, ma offrirgli solo cibi confezionati o carne ben cotta.
- Tenere il gatto lontano da letti, cuscini, coperte e altri oggetti di uso quotidiano.
- Consultare il veterinario per un test specifico sul gatto.
Toxoplasmosi: Sintomi
Anche nelle donne in gravidanza, l’infezione può essere asintomatica. Per questo, le linee guida sanitarie prevedono il controllo mensile degli anticorpi antitoxoplasma fino al parto in tutte le donne che, all’inizio della gravidanza, risultano prive di anticorpi specifici contro questa malattia.
Toxoplasmosi in Gravidanza: il Feto
Il toxoplasma può infettare il feto per via ematogena. La probabilità di trasmissione aumenta con il progredire della gravidanza. Nel primo trimestre, il rischio di infezione fetale è inferiore al 25% (ma, se si verifica, la malattia può essere molto grave); nel secondo trimestre, è circa del 50% (con sintomi spesso meno gravi); nel terzo trimestre, arriva fino al 70% circa (con sintomi generalmente meno gravi). Una terapia tempestiva e adeguata riduce queste probabilità della metà.
Anche se il feto nasce infetto nonostante la terapia, è improbabile che presenti sintomi clinici importanti. Più spesso, sarà asintomatico, ma dovrà essere seguito attentamente nel tempo, almeno per il primo anno di vita, se non fino al secondo.
Diagnosi di Toxoplasmosi
È fondamentale diagnosticare la toxoplasmosi in gravidanza nel modo più tempestivo e preciso possibile, seguendo protocolli diagnostici specifici per tutte le donne incinte (e, idealmente, anche per quelle che desiderano o prevedono di restare incinte). La toxoplasmosi lascia un’immunità permanente. Pertanto, le donne che all’inizio della gravidanza o quando si preparano per una gravidanza, presentano anticorpi antitoxoplasma non dovranno più essere controllate durante la gravidanza né seguire le norme igieniche prescritte alle donne incinte non immuni.
Quando il toxoplasma è presente, i suoi antigeni sono rilevabili in quasi tutti i liquidi corporei, come sangue, urine, liquido cefalorachidiano e liquido amniotico. Per identificarli o individuare frammenti del suo DNA, si utilizzano metodi immunoenzimatici (ELISA) molto precisi e affidabili. Un test antigenico positivo indica un’infezione recente ed è molto utile sia nel neonato sia, prima della nascita, nel liquido amniotico prelevato con l’amniocentesi. Questo perché il sistema immunitario immaturo del feto e del neonato potrebbe non produrre anticorpi specifici in quantità sufficiente per positivizzare le analisi.
Valori di Toxoplasmosi
La presenza di anticorpi specifici di tipo IgM indica che l’infezione è recente. Essi iniziano a comparire una o due settimane dopo l’inizio dell’infezione e possono rimanere positivi, con un lieve decremento, anche per mesi o anni. Pertanto, trovare IgM specifiche non significa sempre infezione recente, cioè in fase acuta. Un alto titolo di IgM può indicare un’infezione acuta in fase iniziale, soprattutto se associato a un alto titolo di IgG. Quando si trovano IgM positive ma a valori bassi, di solito si tratta di un’infezione avvenuta molti mesi prima. È quindi importante scegliere il metodo di dosaggio delle immunoglobuline più adatto.
Le immunoglobuline G (IgG), invece, compaiono precocemente durante la malattia e raggiungono il picco dopo due mesi, per poi diminuire gradualmente, rimanendo però dosabili nel sangue per molto più tempo delle IgM. Le IgG, di solito, indicano un’infezione passata, spesso già superata. Tuttavia, un alto valore di una singola classe di IgG, ad esempio solo IgG1, può indicare un’infezione recentissima, in fase iniziale. Anche se non è consuetudine dosarle di routine, anche le IgA e le IgE aumentano in fase acuta di malattia. Si può fare diagnosi sierologica di infezione materna quando si trovano IgM elevate (metodo ELISA, ISAGA) e, se vi sono anche IgG elevate, la diagnosi di infezione recente in fase acuta è certa. Se si trovano anche IgA e IgE elevate, l’infezione, oltre che in fase acuta, è anche recentissima.
Come si fa la diagnosi di infezione intrauterina del feto?
Non è facile stabilire la data esatta di inizio della malattia e, di conseguenza, il rischio di contagio fetale e l’epoca di gravidanza in cui è avvenuto il contagio. Questo può generare ansia nei genitori, che possono decidere di interrompere la gravidanza oppure sottoporsi a terapie potenzialmente tossiche non necessarie.
L’amniocentesi e il prelievo di sangue fetale attraverso la puntura del cordone ombelicale guidata dall’ecografia possono portare alla diagnosi prenatale di toxoplasmosi fetale con una certa sicurezza. I campioni dei liquidi prelevati sono inoculati in cavie o in campioni di tessuti coltivati in laboratorio e, contemporaneamente, nel sangue prelevato dal cordone ombelicale, estrapolando soltanto il sangue fetale separandolo da quello materno, si dosano le IgM specifiche, i leucociti, le piastrine, alcuni enzimi come la latticodeidrogenasi e la gammaglutamiltransferasi.
Toxoplasma in Gravidanza e Controlli
Ogni due settimane, si esegue un’ecografia fetale morfologica avanzata per valutare la crescita e un’eventuale dilatazione dei ventricoli cerebrali del feto e si ricercano eventuali calcificazioni sia cerebrali sia epatiche, la presenza di idrope, di ascite e altre anomalie, ove presenti. Alcuni dosano sul sangue fetale anche le IgA e le IgE specifiche antitoxoplasma, perché si tratta di immunoglobuline incapaci di attraversare la placenta, così come le IgM, e la loro presenza nel sangue fetale è quindi indice sicuro di produzione fetale e non materna.
Se una donna si trova ancora alla prima metà della gravidanza e vuole proseguirla pur non sapendo che il feto è risultato infetto, si inizia immediatamente un trattamento con spiramicina per bocca: il farmaco attraversa la placenta e si concentra bene nei tessuti fetali. La spiramicina riduce unicamente il rischio che l’infezione materna passi al feto quando il feto non risulta ancora infettato, ma nulla può contro il quadro di infezione fetale che si può sviluppare se il parassita è già arrivato al feto. Se il feto, invece, risulta essere già stato contagiato, alla terapia con spiramicina si aggiungono pirimetamina e sulfadiazina. La pirimetamina è un farmaco antimalarico efficace anche contro il toxoplasma, mentre la sulfadiazina è della famiglia dei sulfamidici. La pirimetamina non può essere iniziata prima della fine del quinto mese di gravidanza perché troppo tossica per il feto. Entrambi i farmaci sono tossici per il midollo e ne inibiscono la funzione perché antagonisti dell’acido folico. I farmaci vanno quindi usati a rotazione e a cicli assieme a farmaci stimolanti il midollo spinale e all’acido folico.
Toxoplasmosi: Cura
Non esiste un vaccino contro la toxoplasmosi: l’unica prevenzione possibile, quindi, è l’osservanza estremamente scrupolosa di tutte le norme igieniche consigliate in questo caso e che sono già state trattate in un articolo sullo stesso argomento già pubblicato sul sito NoiMamme.it.
Danni della Toxoplasmosi sul Feto
L’incidenza della toxoplasmosi congenita è molto variabile da paese a paese, ma se si osservano norme preventive accurate e si attua tempestivamente un corretto trattamento alla madre in gravidanza e al neonato sin dalla nascita, rimane al di sotto del 1/1000.
Circa due terzi dei neonati con infezione congenita da toxoplasma non presentano sintomi apparenti alla nascita. Però, se studiati più a fondo, un terzo di questi neonati asintomatici ha delle alterazioni del liquido cefalorachidiano quando si pratica la puntura lombare (aumento del numero delle cellule, aumento delle proteine), presenta corioretinite e calcificazioni endocraniche caratteristiche.
Dopo varie settimane o mesi dalla nascita, inoltre, se essi non vengono adeguatamente trattati, possono sviluppare i sintomi della malattia anche se in varia forma: lieve, moderata o grave.
La malattia può interessare vari organi o apparati oppure uno solo, come spesso avviene quando è interessato il sistema nervoso centrale: può svilupparsi o essere presente alla nascita idrocefalo e epatosplenomegalia (aumento delle dimensioni del fegato e della milza), oppure può svilupparsi un ittero persistente. Circa un terzo dei feti affetti da toxoplasmosi congenita nasce prematuramente ma solo il 10% è grave sin dalla nascita.
Toxoplasmosi nei Bambini e Sviluppo della Malattia
I casi più gravi presentano sin dalla nascita febbre, ittero, anemia, epatosplenomegalia, corioretinite; altri hanno problemi neurologici, spasticità, idrocefalo, encefalite e calcificazioni endocraniche; altri hanno esiti gravi come ritardo mentale, spasticità e problemi alla vista. L’anatomia delle strutture cerebrali è spesso compromessa da processi infiammatori, vasculiti e calcificazioni che possono ostruire il deflusso del liquido cefalorachidiano e si può sviluppare anche un idrocefalo, a volte solo per dilatazione dei ventricoli cerebrali ex-vacuum, cioè come compensazione di un maggior spazio vuoto intracranico dovuto ad atrofia della massa cerebrale.
I sintomi clinici più evidenti sono, quindi, a carico del cervello (encefalite, sindrome spastica o ipotonica, microcefalia, opistotono, difficoltà a deglutire e quindi ad alimentarsi), di tutti gli organi di senso, ma in particolare dell’occhio (nistagmo, microftalmia, atrofia del nervo ottico, coloboma, corioretinite, distacco di retina, cataratta, interessamento maculare, strabismo, emorragie retiniche), oppure dell’orecchio (sordità), oppure dell’apparato gastroenterico (diarrea, vomito, difficoltà alimentari), oppure del fegato e delle vie biliari (ittero, atresia delle vie biliari), oppure problemi renali o ossei, oppure problemi a carico della cute (rash, ecchimosi, petecchie), oppure a carico del sangue (eosinofilia, alterazioni dei leucociti e delle piastrine). Il bambino può albergare il parassita nel sangue e nelle urine.
Cura Toxoplasmosi nei Bambini
Il trattamento dei bambini sintomatici è attuato con gli stessi farmaci utilizzati per la madre infetta, a cicli e alternati o affiancati al cortisone.
I bambini asintomatici alla nascita sono comunque trattati farmacologicamente per un anno se in gravidanza e alla nascita sono risultati infettati. I bambini apparentemente non infettati vengono comunque trattati con pirimetamina per tre settimane e con spiramicina per le 4-6 settimane successive. Se le madri sono state trattate in gravidanza, vi sono ottime probabilità che il neonato nasca asintomatico e resti tale. I controlli, però, dovranno essere continui anche per i primi due anni, perché anche nel secondo anno di vita può comparire la corioretinite caratteristica, anche se, sicuramente, in forma lieve, abbastanza lieve da non pregiudicare la visione.
Superato il secondo anno di vita, i neonati asintomatici con toxoplasmosi congenita che si sono sempre mantenuti asintomatici hanno ottime probabilità di non presentare mai sintomi per tutto il resto della loro vita, purché la terapia sia stata molto precoce e regolarmente praticata.
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Gentile dottoressa ,
io e mio figlio
Non abbiamo mai contratto la
Toxoplasmosi. Ora lui compira’
Un anno. Possiamo dimenticare
Questa tremenda malattia? O e”
Ancora pericolosa se contratta
Oralmente?